DEVILS & DUST - Brano in crescendo lirico e musicale, parte acustica e finisce in un’esplosione di batteria, tastiere, archi. Se non fosse per la grande somiglianza con Blood brothers sarebbe ancora più bella. Struggenti gli assoli di armonica per un testo che parla di solitudine e disperazione. Cosa fare quando quello che fai per sopravvivere uccide le cose che ami? Emozionante.
ALL THE WAY HOME - Un esperimento ben riuscito. Praticamente è il brano più rock dell’album; batteria, chitarra, basso in grande evidenza, armonica blues (davvero notevole e novità assoluta per Bruce). Certo la conoscevamo diversa - e forse più bella - nel disco di Southside Johnny. Comunque un brano tirato e in linea con le tematiche dell’album. Vicino a Lucky town. Il testo è struggente, l’amore è un’ancora di salvezza dal fallimento.
RENO - Entriamo nell’atmosfera di Tom Joad, ma con una steel guitar e una polvere western in più. La scena pornografica testimonia il degrado e la vita marginale dei protagonisti di un testo che è già storia. Praticamente la sceneggiatura di un film. Il Boss sussurra il brano e comincia a commuoverci.
LONG TIME COMIN’ - Signori, questo è Bruce Springsteen, questa è la This hard land del 2005. Null’altro da aggiungere. Primo capolavoro dell’album; parte acustica e cresce con batteria, violino, chitarre. Un rock acustico e una storia vera. Con ritornello corale e brividi alla schiena. Il primo pezzo dell’album che testimonia una E Street Band sempre e comunque in agguato. Il testo è il più vicino alla prima produzione springsteeniana da molti anni a questa parte. Si torna a parlare di un padre che viveva in un hotel giù in città, di figli aggrappati alla camicia, della voglia di ricominciare: tematiche che ricordano My hometown. La si conosceva, ma non era così bella. Il singolo ideale.
BLACK COWBOYS - Torniamo ai fantasmi di Tom Joad. Questa è una delle canzoni del disco che ricorda di più l’ultimo album acustico. Voce e chitarra, alla fine fanno capolino le percussioni e un piano. Il resto è confine, è un ragazzino che scappa, che va via. Niente da dire. Bel brano.
MARIA’S BED - Secondo capolavoro dell’album. Country-folk-western song, con steel, violini, batteria, chitarre. Ballabile, felice, serena, spensierata. Con il solito springsteeniano bridge a cambiare tonalità ed a rendere il brano baciato dal sole. Due minuti finali solo strumentali, corali, spassosissimi. E la luce della vita nel letto di Maria. Grande canzone. Unico neo il semifalsetto del Boss. Cantata con la sua voce naturale sarebbe stata ancora più intensa.
SILVER PALOMINO - Brano ispirato al periodo di Tom Joad. Chitarre e voce per una storia drammatica, la tristezza corre con le note. Violini in sottofondo, distanti.
JESUS WAS AN ONLY SON - Terzo capolavoro dell’album. Organo, chitarre, incedere stile Walk like a man e alla fine spunta anche il piano. Ballata da brividi, con un coro gospel che riporta alla spiritualità springsteeniana. Solo il Boss scrive cose del genere. Non c’è altro da dire, bisogna ascoltarla. Con la band, sul palco, potrebbe diventare una canzone immortale.
LEAH - Vicina a Jesus per arpeggio e cori. Prima dell’ultima strofa spunta un assolo di tromba che la rende unica nell’album. Sorpresa positiva.
THE HITTER - La parabola del pugile perdente è la canzone che più si avvicina, nell’album, alle sonorità ed ai testi di Nebraska. Scarna, drammatica, visionaria, amara. Solo per questo è già storia. Capisci, ma, alla fine ogni uomo fa parte di un gioco… A mio parere avrebbe dovuto essere la colonna sonora del grande Million dollar baby. Peccato. Bruce e Clint dovrebbero fare conoscenza, si piacerebbero.
ALL I’M THINKIN’ ABOUT - Divertente intermezzo che prelude alla fine. Falsetto ironico per una canzone d’amore leggera ma ben orchestrata. Allegra e zeppa di riferimenti alla natura. Uno stacco, un respiro.
MATAMOROS BANKS - Inarrivabile poesia springsteeniana. Nulla più.