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THE RISING PDF Stampa E-mail
Bruce Springsteen - Recensioni
The RisingLONESOME DAY. Un attacco che sembra uscito da BORN IN THE USA: è la canzone più "bornintheusa" dell'album, con la title track. Un rock'n'roll simile a quello di quell'album, arrangiatissima ma potente, piena. Forse il là del disco dopo 7 anni di attesa poteva essere più sporco, con meno fronzoli, ma la voce del Boss ripaga appieno della presenza delle tastiere. Il brano introduce fin dal via all'accoppiata E Street Band più archi, innovazione che il Capo ha fortemente voluto, e che a mio parere non guasta il tipico sound di Asbury Park. Il testo parla di solitudine, argomento che aleggia su tutto il disco. It's all right, it's all right...

INTO THE FIRE. Tipica ballata springsteeniana dell'ultimo periodo, molto spiritual, gospel, con l'aggiunta degli archi che arricchiscono di drammaticità un testo essenziale. Nei cori finali diventa una vera preghiera, sia dal punto di vista musicale che da quello narrativo. Un'evocazione per le povere anime di quelli che ci hanno lasciato la pelle. Il Boss per scrivere questo pezzo ha telefonato alle mogli di alcuni pompieri vittime della tragedia. Poi ha buttato le loro speranze nella canzone. Grande Nils Lofgren alla chitarra.

WAITIN' ON A SUNNY DAY. Ecco il Boss. Ecco l'E Street Sound arricchito da un violino che detta un ritmo di puro rock'n'roll. I paragoni con il passato sono sempre fuori luogo, ma questo pezzo sembra uscito da THE RIVER. Ha l'energia rock di quei tempi. Qui le Due Torri non c'entrano un cazzo. Qui il Capo torna a fare il cazzone e a girare in macchina, sognando la donna senza cui è impossibile avere un nuovo giorno di sole. Questa canzone è una classica sintesi dell'epopea springsteeniana, ci sono tutti gli elementi. E Clarence Clemons torna a far tuonare il suo sax. "...il tuo sorriso piccola, mi porta la luce del mattino negli occhi".

NOTHING MAN. La più tradizionale ballata del Boss dal miglior TUNNEL OF LOVE. Niente a che vedere con quelle mostruose che scriveva prima di BORN IN THE USA. DRIVE ALL NIGHT, per intenderci. Triste canzone d'amore imperniata su un coro TURUDUDUDU che spezzerà il cuore alle fan di sesso femminile. Buona, la sua migliore canzone di questo tipo da WALK LIKE A MAN in avanti.

COUNTIN' ON A MIRACLE. E il miracolo si compie. Questo è il rock del Boss, come nessuno lo sa fare. Una perla che sembra uscita da DARKNESS, con chitarre in fiamme e i classici duetti vocali Bruce-Steve. La accosto senza problemi a PROVE IT ALL NIGHT per la carica emotiva. Anche il testo è simile: contare sui miracoli è una delle poche cose che restano da fare. Su questo brano non possono dire nulla nemmeno i nostalgici.

EMPTY SKY. Il primo capolavoro del disco. Si commenta da sola. Senza fronzoli, la Band di un tempo: batteria e chitarre. Sporca, con due assoli di armonica lancinanti. Il testo è un po' ripetitivo, però un pugno nello stomaco.
 
WORLDS APART. "Che i vivi ci diano un'altra possibilità, prima che i morti ci facciano a pezzi". Unire sonorità orientali con il rock della E Street Band è impresa ardua. Quello che ne esce non è una delle migliori canzoni scritte dal Boss, ma un esperimento che non delude. Miami Steve è il protagonista assoluto del brano. Una chitarra così non si sentiva da STREETS ON FIRE. L'armonica in sottofondo è un urlo di dolore. Il testo parla di amore fra due persone diverse.

LET'S BE FRIENDS. Allegra, leggera, spensierata dedica al R'N'B. Cori e controcori, Clarence Clemons, voce e anima del Boss. Tipico esempio di come Springsteen riesca nel modo più naturale del mondo a far ballare la sua gente sopra a questa merdosa vita. Bella.

FURTHER ON UP THE ROAD. "Indosso il mio vestito da uomo morto ed il mio anello con il teschio che ride, i miei fortunati stivali da cimitero e una canzone da cantare. Ho una canzone da cantare, tirami fuori da questo freddo e ti incontrerò più avanti, sulla strada". Il secondo capolavoro dell'album. Max picchia come un dannato, la Telecaster e il Boss sono una cosa sola. Davanti a questa canzone, i molti squallidi imitatori dovrebbero decidere di ritirarsi dalle scene. Per sempre. Mostruosa, anche come testo. Se uscisse da uno dei capolavori springsteeniani di un tempo nessuno si accorgerebbe della differenza.

THE FUSE. Non so. Al momento la considero la meno bella del disco. Non è deludente, ma ha troppa tecnologia e troppi effetti per essere una canzone di Springsteen. Cose simili lui le ha fatte di rado, e quando ci ha provato non mi ha mai dato l'entusiasmo di sempre. Gli intenditori d'arte musicale dicono che è la più sperimentale, che con questa il Boss ha voluto scoprire strade nuove. Io dico che non è obbligatorio per un grande artista cercare strade nuove. Adoro gli artisti che non esplorano un cazzo e che non cambiano indirizzo. Dopo molti ascolti mi piacciono le chitarre che ci sono sotto e il solito rullante Max, inoltre c'è un bridge finale molto accattivante. Testo come sempre buono. Nulla più.

MARY'S PLACE. Signori, riecco il muro di suoni di PHIL SPECTOR. Torna il Boss di BORN TO RUN in un'esaltazione totale del sound R'N'B. E Street Band a mille, fiati, cori e profumo anni '50. Max impressionante, Garry devastante, Big Man maiuscolo. Cuori spezzati e feste, incontri clandestini e amicizia. Let it rain... Non ci sono parole.

YOU'RE MISSING. Il terzo capolavoro del disco. Drammatica, intensa, triste, meravigliosa. Piano di Roy all'inizio, organo di Danny alla fine. La descrizione degli oggetti che sono rimasti nella casa, la sensazione dell'assenza. Il dolore su tutto. Una canzone sulla morte come mai ne erano state scritte. Sembra la prosecuzione di WRECK ON THE HIGHWAY, le assomiglia musicalmente e come testo.

THE RISING. La title track doveva essere così. Solo questo. E' la seconda song del disco che ricorda moltissimo il periodo BORN IN THE USA: un incedere in crescendo, una batteria potentissima, chitarra e voce del Boss, coretto di tutta la band a fare da ritornello. Non concordo con quelli che dicono sia una canzone facile. Certo non si tratta della migliore del disco, ma mi pare un pezzo trainante nell'ottica degli spettacoli dal vivo e un buon lancio per il ritorno con la E Street dopo 14 anni. Il significato del testo è "insieme possiamo farcela". Parole giuste.

PARADISE. All'inizio non mi piaceva. Troppo sintetizzatore, troppe finzioni in sottofondo. Cose che per altro compaiono solo qui all'interno dell'album. Poi, più l'ascolti e più ti entra nelle ossa, ti penetra nel sangue. Il Boss è solo all'acustica, e racconta la morte di quelli che decidono di crepare. La racconta e non la giudica. Fa venire la pelle d'oca, ma solo alla lunga. Se si deve fare il solito riferimento al passato qui siamo al più classico THE GHOST OF TOM JOAD.

MY CITY OF RUINS. Il quarto capolavoro dell'album. Inarrivabile ballata E Street Band con il muro del suono spectoriano che torna e esalta tutti i 9 elementi del gruppo. Gli assoli di organo di Danny Federici sono da libro dei sogni musicali, la voce rabbiosa del Boss è qualcosa di indescrivibile. Questa canzone da brivido il Boss l'aveva scritta un anno prima del crollo delle Torri e dedicata ad Asbury Park, la città dove è cresciuto che di recente cadeva in pezzi. E' un ricordo disincantato di quello che si era e di come si è. Nostalgia. Forse vista in quest'ottica convince anche gli scettici.
 

In conclusione…

 NON TROVI MAI NEBBIA, PENOMBRA O FOSCHIA, NEL LETTO DI LUCIA (Rino Gaetano)

copyrght 2009 Jack Moratti