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La più orripilante copertina che la mente umana potesse pensare, unita ad un singolo di lancio di troppo facile presa per portarsi il peso di dare il titolo al nuovo album di un mostro sacro come Bruce Springsteen, non avevano comunque fatto vacillare la mia cieca fede in questo artista, ormai consegnato alla storia. Non sono solito cedere alle tentacolari anteprime di vario genere e tipo e così ho atteso il giorno dell’uscita ufficiale e ho ascoltato e riascoltato questo Working on a Dream. L’ho ascoltato e riascoltato fino a capirlo. E’ vero, al primo impatto il Bruce che tutti amiamo si riconosce solo a tratti, le tendenze pop di certi brani e un arrangiamento (come sempre da quando c’è mister O’Brien) a volte ridondante non sono facili da digerire, come la marcata volontà dello stesso Boss di prendersi un po’ più in giro del solito, di essere meno impegnato e più semplice. Però alla lunga l’album matura, e letto nell’ottica sognante, romantica e ottimista che Bruce ha voluto dare a questo progetto, devo dire che ci siamo. E’ un disco che a parte la bellissima storia western iniziale, parla sostanzialmente d’amore. Di un amore che cresce, matura, sa anche invecchiare e nel finale arriva al dolore della morte. In questo senso sembra la seconda parte di quell’ottimo album che fu Tunnel of Love. Outlaw Pete apre le danze in maniera epica, ma è certamente il brano che risente di più del nuovo arrangiamento; senza tutti quegli archi e tutti quei coretti avrebbe potuto essere più convincente, ed è probabile che dal vivo lo sarà. Comunque l’effetto cinematografico lo centra in pieno. My Lucky Day è il puro e schietto rock della E Street, con il piano di Bittan che torna a farsi vivo e un Weinberg sempre potente. Farà venir giù gli stadi. Della title track ho accennato. E’ forse un po’ melensa, ma credo che ci stia, soprattutto alla luce di quanto accaduto in Usa e di quanto Bruce sia stato coinvolto in questa giusta battaglia. Con Queen of the Supermarket riscopriamo il Bruce poeta del proletariato che trova il fiore cresciuto sul cemento. Il testo viene giudicato da molti banale, ma sta proprio nella semplicità del raccontare le piccole cose come un giro all’Iper una delle più grandi capacità dell’eroe del Jersey. Musicalmente cominciamo ad affondare nelle paludose acque del pop, ma è comunque un pop da signori. E con Bruce che ci mette una voce mirabolante. What Love Can Do è il sound E Street prima maniera, più sporco e meno ovattato di quello venuto con gli anni ‘80. Van Zandt e Lofgren si fanno sentire. Nulla da dire, bella, bella, bella canzone. Con This Life torniamo nel terreno del pop d’autore, Roy Orbison e Beach Boys, ma anche Beatles, per intenderci. E un assolo finale di Clemons che impreziosisce il brano. Good Eye è un tagliente blues ripreso dalla versione live di Reason to Believe, con voce distorta e waitsiana, armonica lancinante e grandi chitarre. “L’occhio buono è al buio e quello cieco alla luce”: a mio giudizio è il primo capolavoro del disco. Tomorrow Never Knows è Johnny Cash allo stato puro (forse un preavviso di ciò che Bruce diverrà nel resto della sua carriera?). Una country song cantata e suonata, Tallent su tutti, con classe eccezionale. Life Itself è una ballata tipica del Bruce ultima maniera, dal 2000 in qua. Sul solco tracciato da American Skin. Kingdom of Days mi ha ricordato fin da subito None But the Brave, fa parte di quelle rock ballad venate di pop e nostalgia che nella produzione di Bruce hanno preso avvio nel periodo di Born in the Usa. Se all’inizio ti pare troppo caramellosa, alla lunga la canticchi. Nonostante i troppi archi. Surprise, Surprise sarà anche facilona e senza troppo spessore, ma trasuda un’allegria che Bruce non trasmetteva dai tempi di Sherry Darling. Dal vivo diventerà un classico. The Last Carnival è l’altro capolavoro dell’album. Un acustico e commovente addio a Danny Federici, che pure nel disco è a tratti presente col suo inconfondibile tocco all’organo. Sulla conclusiva The Wresler è inutile spendere nuove parole. Solo Bruce Springsteen è in grado di buttare giù in cinque minuti un pezzo che ti fa vedere tutto il film senza averlo visto, che fa venire la pelle d’oca al più cinico cronista di nera. Nel complesso è un buon album Working on a Dream: diverso, giocoso, cazzone, ma bello. Bruce ha voluto sdrammatizzare, bighellonare a dispetto della bacchettonaggine che sembra aver contagiato tanti suoi seguaci, tornare a far ballare la gente. Riuscendoci. E Little Steven ringrazia. Se pensiamo solo a un pugno di brani come My Lucky Day, What Love Can Do, Good Eye, Tomorrow Never Knows, The Last Carnival, The Wrestler e sdoganiamo Surprise come il gioco riuscito dell’album, onestamente, non si può assolutamente - come qualcuno fa forse saziato dall’eccesso di esposizione che il Boss ha voluto donare negli ultimi anni - parlare di un disco brutto. Il resto è il Bruce che strizza l’occhio ad un pop che in tempi non recenti abbiamo tanto amato. In quest’ottica è davvero impossibile bocciare un progetto che comunque ha un filo conduttore. A mio avviso Working on a Dream chiude una sorta di trilogia con The Rising e Magic. Il trittico di O’Brien; tre album che contengono cose bellissime e qualche vezzo di troppo, tipico di questo produttore. Se in The Rising il Bruce classico e quello nuovo si mescolavano, in Magic prevaleva nettamente il primo e per questo l’ho amato tanto. Qui c’è più il nuovo, qui siamo su territori diversi, ma anche su questi Bruce è stato capace di essere conquistatore. Chi perde tempo ricordando gli album della giovinezza (decennio 1973-1982, i capolavori assoluti) a mio avviso non vuole capire la naturale evoluzione di uno fra i più straordinari poeti americani. Non è dato sapere se questo album sia l’ultimo capitolo della biografia della gloriosa E Street Band; l’anagrafe e la voglia del Capo di esplorare sempre strade nuove suggerirebbero di sì. Il fatto è che quando li vedi sul palco come in quegli incendiari 12 minuti del Super Bowl il primo febbraio scorso, ti sembra che il tempo per loro si sia fermato, e ti auguri che non smettano mai. Staremo a vedere, intanto godiamoci il nuovo tour. Viste le premesse sarà molto divertente. E speriamo non troppo malinconico.
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